Il Ventre della Sposa Bambina

Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili

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giovedì, 20 marzo 2008
Un motivo per scrivere

L'ultimo post di questo blog.


Sono passati quattro anni dalla pubblicazione del romanzo, l'onda si è esaurita.

Diversi lettori mi hanno affettuosamente chiesto quando sarebbe stato pubblicato il prossimo lavoro.
Sorvoliamo sulla dichiarazione in terza di copertina alla quale non ha creduto nessuno, e che tutti hanno considerato un vezzo :)
Proverò a dare una risposta che sia un minimo sensata.

La domanda è: PERCHE'?

Perché scrivere?

Non ho voglia di scavare a fondo, per cui provo a fare un elenco delle prime cose che mi vengono in mente.

La Passione.
Non ho il fuoco sacro. Scrivere è sfiancante. Non mi diverte. Scrivo per LIBERARMI da qualcosa, non per caricarmene.

Il Denaro.
Non ho inventato Harry Potter. La signora che viene a fare le pulizie a casa prende 7 euro all'ora... per il tempo speso per il "Ventre" avrei dovuto incassare una cifra che si aggira intorno al milione di euro. :) Dal momento che perdo ancora tempo su questo blog significa che non l'ho incassata.

La Fama.
Pesta i piedi alla mia Fobia Sociale, che si contorce a ogni incontro pubblico, rendendo il periodo che intercorre fra la comunicazione dell'evento e l'evento stesso un periodo vissuto trattenendo il respiro.

Compiacere chi crede in noi.
Dopo un po' la spinta si esaurisce se non c'è un contenuto personale e vitale ad alimentarla.

Il Prestigio dell'elite.
Tempo fa ascoltavo "Damasco", su RadioTre. Uno scrittore sardo parlava dei romanzi che lui ritiene fondamentali, e articolava un discorso pieno di rimandi, citazioni colte. Quella sera ho compreso che non ero capace di giocare allo stesso gioco.
E' tutta la vita che mi sento fuori da ogni club, anche quelli che ho fondato.
E' più forte di me. Provo l'irresistibile impulso di trarmi fuori da qualsiasi aggregato umano.


Daccordo, la risposta alla domanda di questo post è: non lo so.

Non so cosa riserverà il futuro.

 

Le risposte arrivano quando smetti di chiedere.

Postato da: jopili a marzo 20, 2008 12:11 | link | commenti (18) |
riflessioni

giovedì, 21 dicembre 2006
Qualcuno volò sul nido del cuculo

Inizio a scrivere senza conoscere esattamente le ragioni di questo post.
Tutti sanno che è un finto blog. Non ci passo mai, e quando lo faccio è solo per lasciarci dentro qualcosa che abbia attinenza col romanzo.
La verità è che non ho voglia di parlare delle mie esperienze quotidiane, di banalità articolate in bella forma per occupare spazio virtuale su un server.
In qualche modo però sento di dover lasciare questo pensiero, perché vorrei che il ricordo di quanto è accaduto non svanisse.
Forse dieci anni fa non mi sarebbe importato, ma dalla morte di mia nonna ho iniziato ad avvertire l'incalzare del tempo.
Non è la paura della Fine: è la consapevolezza che certe esperienze - in questa mia forma umana - non accadranno più.
Sono peculiari di questa attuale incarnazione.

Bene.
Ieri è andato in scena il saggio finale a San Gavino. Aula di teatro ore 16.00, inviti per le famiglie dei ragazzi.
E' stato il culmine di cento ore di lavoro: io, in qualità di "esperto esterno", il tutor interno Roberta Coatti e tredici ragazzi del liceo Marconi.
Abbiamo messo in scena "Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo", un film che amo in modo viscerale.
L'idea non è mia, è partita da uno dei ragazzi, Fabio, che aveva letto il libro.
Per essere sincero quando Fabio l'ha proposto ho tirato un sospiro di sollievo perché stavamo per finire nelle secche di una rappresentazione didatticamente adatta a tutti, e quindi rivolta a nessuno.
"Qualcuno Volò" invece è politicamente scorretto, umanissimo, denso, ironico e tragico. Emozionante, di un'emozione basica, primordiale.
Il problema era rendere credibile e viva la vicenda per un pubblico che le è alieno e riuscire a trasmettere almeno un millesimo dell'atmosfera del film.
Posso assicurare che è un'impresa, quando si manipolano ragazzi che non sanno niente di teatro, di recitazione, di sfumature interpretative. Spesso poco motivati, affascinati molto più dall'idea di trascorrere tre ore di svago con nuovi amici.

Si era partiti con un gruppo sostanzioso, poi ci sono state defezioni. Qualcuno ha capito che non era tagliato, altri hanno realizzato che bisognava chiacchierare poco e tenersi concentrati aldilà del tempo medio di un comune utente TV.
Quelli che sono rimasti sono ragazzi lontani anni luce dalla cultura anni '70 alla quale io mi sento intimamente legato per imprinting.
Lontani - per fisiognomica, età, sesso, censo, esperienze - da qualsiasi personaggio del film.

Così, dopo un paio di incontri e nonostante l'entusiasmo iniziale, ho realizzato quanto fossimo ontologicamente destinati al fallimento.
Sentivo pronunciare con troppa disinvoltura nomi come McMurphy, Billy, Washington, Harding, Cheswick, Taber... da ragazzi con volti mediterranei e i cui nomi suonano come Adelaide, Anastasia, Veronica, Maria. Con un accento locale fastidiosamente comune, rozzo, improbabile.
E poi... come evocare la carica trasgressiva di McMurphy in un contesto scolastico? Dovevamo parlare di violenza, sesso, pratiche psichiatriche ai limiti della tortura con la stessa disinvoltura con cui a scuola si affronta il tema dell'amicizia e della solidarietà.
Fallimento assicurato, appunto.

Tredici persone su un palco stretto e scricchiolante, dieci delle quali quasi sempre in scena: un incubo per qualsiasi regista che non abbia a dispozione la Scala di Milano e un budget da prodotto interno lordo del Portogallo.
Metà del tempo impiegato nel coreografare i movimenti, escogitando trucchi e manovre per non pestarsi i piedi a vicenda e per non coprire voci - sempre troppo timide - col semplice atto di spostare una sedia.
E poi la disastrosa prova finale del giorno prima, con il protagonista, Alessandro, inchiodato a letto da un febbrone a trentotto.

Va bene, ci abbiamo provato, è stato bello ugualmente, abbiamo imparato qualcosa l'uno dall'altro, in fondo il pubblico capisce che sono ragazzi inesperti... e una sequela di sciocchezze di circostanza pur di zittire qualla vocina interna che grida implacabile: sconfitta.

Quindi, il temutissimo Giorno Dopo.

Arriva il momento di entrare in scena, e...

Magia.

Con mio assoluto stupore ricompaiono tutte le indicazioni disattese, quelle che fino al giorno prima sembravano sepolte in qualche angolo buio e remoto di quella strana soffitta polverosa che è il cervello di un attore.
Scruto con morbosità la bellissima emozione sul volto dei ragazzi, l'imbarazzo e l'incertezza vinti dalla pura forza di volontà.
Tutti e tredici si muovono sincroni, si appoggiano le battute, fanno il vuoto intorno ai compagni sotto il riflettore.
La scenografia è povera e raffazzonata: due tavoli, otto sedie, una finta porta con lucchetto, un cestino per rifiuti.
Ma - incanto e potenza della Magia - nessuno degli spettatori se ne accorge.
Il Meccanismo Narrativo è al lavoro, li sta ipnotizzando.
Nessuno sbadiglia, nessuno si distrae, nessuno commenta particolari inessenziali.

Che sta succedendo?

Mi accorgo solo adesso che stiamo raccontando, e lo facciamo in modo semplice, diretto. Narratori da serata invernale di fronte al caminetto acceso, senza tempi morti e involuzioni criptiche che fanno tanto intellettuale.
E poi... e poi osservo i ragazzi aderire con stupefacente naturalezza al ruolo e mettere in scena sentimenti diretti.

Arriva la scena dell'elettroshock e anche il pupo che frignava alle mie spalle dall'inizio della rappresentazione smette di fiatare.
Magia.

Uno spettatore avverte McMurphy a voce alta: "Sta arrivando l'infermiera!"
Magia.

L'infermiera sta per essere aggredita... Io perdo il controllo della telecamera e abbandono per un attimo l'inquadratura, travolto dall'onda emotiva.
Magia!

I ragazzi sul palco non sono più Roberta, Davide, Silvia, Andrea, Giulia, Cinzia, Mirko.
Sono frammenti di un'idea assolutamente astratta, di uno Spirito puro partorito dal Meccanismo Narrativo, perfetto nella sua disarmante ingenuità.
Gli spettatori non capiscono qualche battuta qua e là, molti riferimenti culturali, ma tutti si abbandonanno senza difese e pregiudizi alla nuda idea universale: un uomo è prigioniero di un sistema opprimente. Ce la farà a liberarsi?

Ma non è quello che sperimentiamo tutti, ogni giorno, in ogni ambito della nostra vita? Sì, è quello.
E noi... io, Roberta e i tredici ragazzi l'abbiamo catturato e inchiodato fra due quinte in un'aula di un liceo di provincia.

In platea cola qualche lacrima e ho un brivido.
Ce l'hanno fatta.
Al termine, un tripudio di applausi. I ragazzi sono raggianti.
Il tutor interno esulta con la compostezza del ruolo, ma è conscia della fatica e dell'ansia spesa perché ogni ora di lavoro producesse i suoi frutti.

E io?
Io sono stupito. Non tanto dalla performance, piena di difetti. Sono stupito di quanto la gente abbia bisogno di storie oneste.
Non importa che siano difficili o scabrose. Anzi. Purché siano raccontate in modo onesto, oserei dire con l'onestà che contraddistingue le fiabe.

Di questi racconti io manterrò per sempre ricordi vividi.
Ricordo quando vidi "Qualcuno Volò" in prima serata ai tempi del liceo. La mattina dopo con i compagni non facemmo altro che parlarne. Franco se lo ricorda bene. Eravamo stregati, impressionati, colpiti in pieno viso da un maglio. "Hai visto che forza Martini?" "McMurphy è stato grandissimo!" Tutti avremmo voluto avere al nostro fianco Grande Capo, l'indiano buono. "Ti ricordi la scena del chewingum?" "E quando strappa il lavabo?" Per non parlare della gelida e odiatissima infermiera Ratched.
Lo rievocammo per settimane.

Adesso in prima serata vanno in onda le storie in scatola con sottovuoto spinto.
"Qualcuno Volò" - adesso - è un film da palinsesto notturno, senza discussioni. Troppo duro per i bambini.
Già. Adesso in prima serata vanno in scena le autopsie di CSI.
Ma non voglio fare moralismi e mi fermo.
Dico solo che la verità può essere dura per un bambino, ma è una ferita che lascia solo una cicatrice. Non è un tumore a lento ma inesorabile decorso. L'ipocrisia, quella sì.

E adesso che tutto è finito, che rimarrà di queste cento ore di lavoro?
Beh, inannzitutto mi porto a casa una videocassetta e un gigantesco mazzo di fiori con un bellissimo biglietto di ringraziamento da parte dei ragazzi.

E in auto scopro di essere un pizzico dispiaciuto.
Non si tratta del termine della retribuzione. Con quella riuscivo giusto a pareggiare la spesa dello spostamento. No, non è questo. Questo è il copione del mio rapporto ostile col denaro. (L'ostilità è sua nei miei confronti, beninteso.)
Forse si tratta di qualcosa che ha a che fare col mio carattere. In esperienze come questa il 50% è fatto di relazioni umane. E io per natura riesco a dare il 50% del 50%, perché la socialità è un'arte che trascende le mie capacità.
Forse avrei voluto avere un rapporto più confidenziale con i ragazzi, ma la mia introversione - come sempre - ha avuto il sopravvento.

Ecco, ho capito. Forse ho scritto tutto questo perché qualcuno di loro lo leggesse.
A costui vorrei dire che mi dispiace non essere stato più - non trovo il termine... COMPARTECIPE. Qualsiasi cosa significhi.
Spero che aldilà della pura tecnica del teatro, della quale non mi sento nemmeno legittimo portavoce, costui abbia imparato qualcosa che valga la pena di essere ricordato a lungo.

E a tutti dico: di queste cento ore ricordatevi solo il mio discorso finale, quello con la metafora dell'Anello Debole della Catena.
Il mondo che vi accingete a trasformare ne ha bisogno.
La mia generazione, in questo, ha fallito.

Adios e grazie.

Postato da: jopili a dicembre 21, 2006 11:52 | link | commenti (14) |
riflessioni

venerdì, 23 dicembre 2005
Qualche riflessione sul Premio Solinas

La settimana scorsa sono stato invitato a Roma per partecipare alla finale del "Premio Solinas - I Colori del Genere". Eravamo tre-quattro finalisti per ogni categoria (quattro categorie in tutto).
Essere entrato nella rosa finale mi ha fatto decisamente piacere: avevo partecipato altre volte al Solinas, inclusa la primissima edizione del Premio, quello dell'86 quando si svolgeva ancora alla Maddalena (e il sottoscritto aveva vent'anni...).
Per questa edizione ho adattato il "Ventre" per il grande schermo, modificando la storia perché abbracciasse totalmente il genere "horror", un genere che conosco bene dal punto di vista del linguaggio, che ho amato moltissimo e - sebbene non ne fruisca come un tempo - per il quale provo affetto e nostalgia.
Il mio atteggiamento nei confronti dell'horror è mutato da quando è mutata radicalmente la mia concezione della vita. Non provo più timore nei confronti della Morte, per cui mi è difficile stabilire l'antica connessione con l'emozione basica della Paura.
Tuttavia ho voluto partecipare alle sezioni "di genere" perché la mia concezione di "realismo" non coincide con quella di un giurato medio. Per "giurato medio" non intendo un individuo mediocre, ma il giudizio che emerge da una "media" di più giurati, media che - per definizione - è portata a spianare qualsiasi cosa al medesimo livello di "accettabilità" comune.
Sinceramente non comprendo la differenza tra la sezione "normale" del Premio e quella dedicata ai generi, perché trovo che tutto possa rientrare in un genere: se alcune opere vengono classificate "realistiche" o "drammatiche", dando a questi appellativi un significato neutro è solo per il particolare retaggio culturale dell'Occidente.
Alla fine c'è il rischio che fra le punte di diamante della cinematografia nostrana emergano le storie intimiste o "a sfondo sociale" che non hanno più presa sul pubblico, mentre gli Stati Uniti ci fanno a pezzi con i loro film "di genere" che rispecchiano la società molto di più di quanto non si immagini.
"Il Signore degli Anelli" ci fa capire molte più cose sulla Realtà di quanto non faccia l'intera filmografia di Bertolucci.
Nell'adattamento del "Ventre" mi sono trovato a modificare diversi elementi rispetto alla storia originale, perché sarebbe stato decisamente arduo tradurre in immagini i concetti filosofici e il travaglio - tutto interiore - del protagonista. La scrittura filmica ha necessità di concretezza, e ogni simbolo astratto ha bisogno di essere trasposto in un oggetto "visibile".
Curiosamente, nella sezione a cui ho partecipato, chiamata "BluViola", l'organizzazione del Premio ha accomunato tre generi molto diversi: l'horror, il fantasy e la fantascienza.
Fra i quattro finalisti della BluViola c'era un soggetto horror (il mio), due soggetti fantasy e uno di fantascienza.
Nel commentare la designazione del vincitore un giurato ha detto che alla fine è stata una questione di gusto personale nei confronti del genere, e solo in secondo luogo una valutazione sulla qualità dell'opera, di livello simile per tutti e quattro i casi.
Ho maturato sufficiente esperienza di concorsi per affrontare l'umana soggettività dei giurati e il bagaglio pregiudiziale che rende unica e caratteristica ogni giuria, per cui non c'è recriminazione nel precedente appunto, ma un piccolo suggerimento per le prossime edizioni del Premio: ampliate le categorie assegnando un premio diverso a generi realmente differenti.

Partecipare ad un concorso e raggiungere alcuni traguardi è un'esperienza che induce delle riflessioni.
La prima cosa che mi sento di dire è questa: non esistono artisti incompresi: niente ha veramente valore e niente ne è privo, se nel primo o nel secondo caso non c'è un consenso sociale a ratificarlo. Sembra ovvio, ma meno di quanto si pensi.
Questo Consenso, tutto umano e transitorio, va sempre contestualizzato. Nel bene e nel male.
Il "valore" di qualsiasi cosa ha sempre bisogno di un Soggetto e di un Oggetto appropriati. Ogni cosa ha senso e valore per qualcun'altro: occorre capire chi è il nostro destinatario. La favola che abbiamo inventato la sera prima verrà cestinata da una giuria di esperti, ma potrebbe avere un effetto pedagogico immenso per il nostro bambino, e influenzare ogni azione della sua vita futura.
Ci sono certe regole "non scritte" che l'aspirante deve conoscere prima di affrontare serenamente un concorso. La Prima preziosissima Legge Fisica dei Concorsi è questa: "Participare sempre a concorsi la cui fama è inversamente proporzionale a quella del partecipante." Ovvero: tanto più il concorso è sconosciuto, tanto meno premierà autori esordienti o locali. Il concorso provinciale o appena nato ha bisogno di visibilità, e conferire il premio ad uno sconosciuto non gioca a suo favore. Molto meglio invitare alla premiazione il Grande Autore Nazionale, che potrà darà lustro alla manifestazione in fasce.
Per gli esordienti è bene partecipare a grandissimi premi nazionali, i cui giurati aspirano al ruolo di talent scout, e non provano imbarazzo a premiare degli sconosciuti.
La Seconda Legge è questa: "Accertarsi preventivamente l'orientamento ideologico del premio (e quindi dei suoi giurati)." Questo per evitare che l'opera venga rigettata a priori per il contenuto ancorché per la forma. Normalmente un'opera il cui tema strizza l'occhio alla Sinistra trova maggiori possibilità di consenso.
La Terza Legge è "Partecipare e dimenticarsi di aver partecipato." I fattori che concorrono all'assegnazione di un premio esulano così tanto dal valore dell'opera che non è saggio attendersi un esito positivo e rimanere puntualmente delusi.

Queste leggi valgono nel caso che il nostro obiettivo sia il Consenso Esteso (ovvero il Successo) e non un'urgente esigenza comunicativa.
Ma se il Consenso Esteso non ci gratificasse nonostante i nostri sforzi, non occorrerà per caso rivedere il nostro atteggiamento e le nostre strategie?
La domanda finale è quindi: abbiamo davvero bisogno del pubblico riconoscimento delle nostre capacità?
Questo potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione per andare alle radici del nostro essere, sempre che si abbia il coraggio di guardarsi dentro fino in fondo, pronti a scoprire qualcosa di poco piacevole.
Nell'indifferenza ai "frutti dell'azione" è occultata la saggezza e il nichilismo. Credo valga la pena affrontare il terribile abisso del secondo per giungere alla prima.

Postato da: jopili a dicembre 23, 2005 09:16 | link | commenti (4) |
riflessioni

domenica, 24 ottobre 2004
E-mail di Fabrizio del 28 agosto 2004

Carissimo Jo,

come ti ho scritto via sms, "Il ventre della sposa bambina" mi è piaciuto molto. Per me è stato il libro giusto al momento giusto: alcune riflessioni che ho trovato sulle tue pagine sono quelle che mi accompagnano da un po' di tempo. Alla fine non ho maturato nessuna 'rivoluzione' interiore, ma una sorta di appagamento dolce e amaro. Adesso ti scrivo qualche impressione che potrai aggiungere a quelle che hai già ricevuto. È probabile che la mia sia l'ennesima interpretazione troppo libera: riporto qui alcuni schizzi di pensiero emersi dalla lettura:

- Sin dall'inizio ho visto in Michele il tuo volto (e questo forse non è giusto).
- Sono diversi giorni che mi chiedo quale sia la reale "anabasi": quella di Michele e della sua nuova consapevolezza (sicuramente lo è) o quella della signora Rosas che riesce a comunicare (a suo modo, anche affettuosamente) con Michele?


- Alla fine, questa cultura atavica e pagana è solo un'altra faccia (quella più antica e meno contaminata) della cultura dominante cattolica e/o atea e/o materialista? Un giudizio di valore trapela... Nel caso la differenza sostanziale starebbe nel fatto che quella attualmente vincente si è imposta annichilendo quella precedente. Però neanche questa è realmente autoctona, è in qualche modo imposta (mi viene in mente la leggenda dell'invenzione delle launeddas a causa di una prepotenza dei Fenici...)

- Il Circolo Demetra, per quanta simpatia mi potesse ispirare la signora... non ricordo il nome, mi ricordava per certi aspetti madame Blawatskij (o come cavolo si scrive), la Thule e compagnia cantante e, nonostante ne condividessi i ragionamenti sul penetrare la realtà (eccezionale il dialogo con Michele davanti ai balentes!), mi è risultato fastidioso il suo ruolo di "guida" (mai quanto quello di Cherchi)...


- Sul coraggio di mettere tutto in discussione: in questi giorni riflettevo su alcune affermazioni di Massimo Fini. In pratica spiega che il termine "Disoccupazione" è un'invenzione recente (soprattutto a livello concettuale), è frutto di pura induzione ed è pretestuoso. Certo, per come è strutturato oggi il mondo, ha buon gioco chi ti dice che sei un fallito se con una laurea in tasca finisci a fare il cameriere (pazienza se tu conosci manager plurilaureati che per reggere i loro ritmi di figaggine vanno avanti a droghe di ogni genere).


- Farci - insieme alla signora Rosas e a Michele - a me era simpatico!


- la narrazione è piacevolissima, anche se in certi punti si fa ardua e dotta (a me piace anche per questo), ma non trapela mai alcun copiacimento, semmai un grande rigore e disciplina nella scrittura: ogni singola parola mi sembra soppesata decine di volte (Jo, ti sei fatto un mazzo così, vero?)

Altre cose spero di potertele chiedere - magari durante le vacanze di Natale - davanti a un'altra pizza (quella di Ardauli era eccezionale ;))))
Un abbraccio,
Fabri
















Postato da: jopili a ottobre 24, 2004 10:38 | link | commenti (1) |
riflessioni