Il Ventre della Sposa Bambina

Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili

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lunedì, 25 giugno 2007
Per fortuna mi odia

Ci sono delle persone che io stimo e con le quali mi piace dialogare perché possiedono uno sguardo non-banale sulla realtà. Ho sperimentato che spesso queste persone vengono penalizzate dal sistema in cui operano perché la freschezza e l’onestà intellettuale rende chiaro ai mediocri che l’autore del pensiero non è disposto a farsi “manipolare” da nessuno.
Se queste persone poi fanno i critici di professione, è garantito che non troveranno mai porte aperte: se dovranno passare attraverso qualcosa, per tutta la vita saranno costretti a sfondare l’ostacolo a testate. Elvezio Sciallis è una di quelle persone.
Non parlerò del suo modo di scrivere (lo giudicherà il lettore), né del suo acume, perché sarei in grave malafede e in evidente conflitto d’interessi. Sto infatti per riportare qui una sua recensione positiva sul romanzo.
Badate, non siamo amici (lui infatti mi odia nonostante io lo adori). Ci siamo incontrati su un sito “di genere” dove lui era redattore, e sul forum abbiamo scoperto passioni condivise e molte altre cose in comune.
Per cui il cappello che precede questa sua recensione NON è fatto allo scopo di restituire il favore, né io parlerò del suo libro, dal momento che non sono un recensore. Se volete sapere qualcosa di più su Elvezio, chiedete direttamente a lui su Malpertuis.
Ma non ditegli che vi mando io.

"Sbarazziamoci, come prima cosa, delle “banalità” più evidenti ma che sento di dover obbligatoriamente segnalare: Giuseppe Pili è in possesso di una tecnica e di uno stile fuori dal comune per maturità e incisività, mezzi che gli permetterebbero di scrivere un libro di ricette sarde tramutandolo in una lettura appassionante.

Ho detto ricette sarde perché questo è uno degli altri elementi “banali” ma potenti: la Sardegna permea ogni angolo del romanzo e ne diventa protagonista al pari degli attori umani coinvolti, cosa che succede molto spesso con gli scrittori di questa regione, sia esso un meccanismo volontario o meno.
Il dato, per fortuna, è positivo in quanto non si tratta di qualche descrizione d’atmosfera e due parole in dialetto tanto per dare un vestito di qualche tipo alla trama: Pili lascia fluire (ma con il giusto, inavvertibile controllo) una miriade di elementi (storia, costume, aneddotica, lingua…) che contribuiscono in maniera determinante alla resa finale.

Ci troviamo di fronte a un romanzo atipico, un percorso di gnosi condito da (necessari, altrimenti si potrebbe scadere nel tratterello o nel didascalico) elementi “gialli” (ci sono anche omicidi e cospirazioni) che trascinano il lettore dentro un microverso misterico che, tanto per fare esempi pesantissimi e pertinenti solo per qualche aspetto, possono ricordare alcuni romanzi di Dan Brown (ma Pili ha completato l’opera anni prima) o Il nome della rosa.

È il passaggio graduale dalla Storia al Senso, passando attraverso il Mito, dalla Scienza alla Magia, dalla Ragione all’Irrazionale, dal Sole alla Luna.
Passaggio che viene evidenziato dal progressivo affidarsi del protagonista a Maestri e Guide sempre più distanti dal modello iniziale.
L’autore mostra ottima capacità di amministrazione del ritmo e dei toni, alternando l’indagine più strettamente fisica a momenti di riflessione, intervallando le tinte scure e talvolta morbose a quadretti caustici e umoristici e inanellando una serie di personaggi riusciti, la cui caratterizzazione psicologica, pur tendendo al monodimensionale, non scade mai nel macchiettistico bensì inclina verso il simbolismo.

Dovendo (cerco sempre di farmene un obbligo, anche quando non lo sento realmente necessario) segnalare qualche tipo di difetto, dirò allora che la cosa che meno mi convince è la portata, l’intensità dell’epifania finale; avrei preferito una implosione, un annichilimento o una ellissi, ma si tratta di inclinazioni personali.

Il romanzo si apre con un rubinetto che sputa solo qualche goccia marrone e si chiude con un diluvio: nel mezzo il percorso di un uomo la cui apatia ha cercato a lungo di bloccare, di impedirgli l’obbligatoria presa di coscienza della propria identità.
Il tutto amministrato e somministrato attraverso diversi livelli di lettura che potranno appassionare una vasta tipologia di lettori.
In mezzo al mare magnum delle proposte editoriali è difficile emergere o attrarre anche un minimo di attenzione ma non posso far altro che consigliarvi almeno una visita al sito e al blog/diario che Giuseppe Pili ha dedicato al suo romanzo e contattare l’editore comprando una copia del libro: chi visita assiduamente Malpertuis e condivide alcuni dei miei gusti difficilmente ne rimarrà deluso.

Piccola nota a margine: provate a leggere anche qualche suo articolo sui fumetti, il ragazzo ne sa molto più del sottoscritto perciò lo odio e probabilmente non posterò mai questa recensione per non fargli pubblicità."

Postato da: jopili a giugno 25, 2007 08:22 | link | commenti (7) |
recensioni

giovedì, 22 giugno 2006
Intercettazioni

Daccordo, s'è capito: questo in realtà è un album di ritagli camuffato da blog. Ne faccio un uso improprio: se Splinder non collassa vorrei mostrarlo fra una trentina d'anni ai nipotini.
Sto conservando con cura i frammenti di emozioni e idee che la lettura del romanzo ha suscitato.
Questo è molto prezioso, perché è stato prodotto in tempi non sospetti, autore assente in corpo e spirito. E' un commento che Lina, autrice de La Famiglia Immaginaria aveva inviato privatamente a The Reader, il padrino del Ventre.
Lina è stata l'unica ad aver individuato la fonte documentaria da cui ha preso le mosse la storia, e ha concluso la "recensione privata" con il complimento più bello che uno scrittore possa ricevere da un collega.

"Caro ***,
il libro di Pili mi ha riportato alla memoria il libro di Padre ***, che ti ho inviato, circa le radici storiche di Seuna, letto più di vent’anni fa. Probabilmente perché quel libro rimane, in chi lo ha letto, nella memoria storica dei nuoresi (per nascita o per adozione).
La trama, a mio parere, si basa su un incongruenza evidentissima nel libro del prete: Nicolao Manca Ruju è un umile muratore. Umile in maniera piuttosto singolare: verga dei contratti con un linguaggio da padre della chiesa - non è stato lui, obietterai tu, per lui lo ha fatto un notaio - ; orbene: dove trova “l’umile muratore”, nota la simbologia massonica (così definito anche da Padre *** nel suo libro), il danaro per la donazione all’arcivescovo di Alghero, ai Gesuiti e for last bat not least per il notaio? Uhm… , sarà pur vero che Pili avrà una bibliografia più ampia del libro in questione, ma secondo me la fonte d’ispirazione questa è.
Padre *** scrive da storico e si basa su fonti scientificamente attendibili: dedica una pagina ai limiti dell’autoreferenzialità al ritrovamento di un vecchio documento che giaceva negletto nella biblioteca della diocesi di Nuoro prima che lui lo strappasse a polveri e muffe (oh, l’umana debolezza), però non trova nulla di strano nel tessere le lodi della “fede povera” di quel Nicolao che prende ad esempio della religiosità che trasuda dal popolo barbaricino: mi si faccia il piacere. Padre *** sarà pure uno storico, ma sempre uomo di chiesa rimane, e tira come un forsennato acqua al suo mulino, indifferente alla debolezza storica e scientifica (nel senso di scienze sociali) di quel Nicolao.
A mon avìs, lo scrittore ha cultura classica; naturalmente il culto della madre terra che discenderebbe direttamente dal culto di Astarte – divenuta artatamente nella cultura cattolica Astarotte – è frutto di altre letture e ricerche che esulano dal libro del prete.
A lui il merito di aver saputo esprimere un libro scritto con un linguaggio universale, che si può leggere in qualsiasi latitudine senza sentirsi compressi in realtà strapaesane.
Ovvero, come io riconosco in don Salaris lo stesso Padre *** o in Don Liori l’esorcista Don *** o nell’idiota sapiente Corpusdomini professor ***, è verosimile che un lettore di Budgebury nel Kent possa riconoscervi i suoi concittadini.
Vorrei farti notare quel passo in cui Don Liori, rivolto a Michele Granara, teorizza un dio immanente e non trascendente, teoria bollata d’eresia dal concilio Vaticano secondo, una vera sottigliezza: perché la religione arrivi al popolo, quindi, ci si può bellamente macchiare d’eresia. Beh, figuriamoci se non si può modificare all’uopo – se non addirittura inventare - una figura realmente esistita come Nicolao.
Ho pensato che metafora rappresenti il maestro Farci, e sono giunta alla conclusione che non sia una metafora, bensì un’allegoria. Impersona, volta per volta, tutto il bestiario dei nuoresi: invidia, e a volte disprezza chi sta al di sopra di lui ma nel contempo sottostà alle regole, ai limiti dell’umiltà servile, facendosi maltrattare dalle figure per così dire istituzionali (don Salaris ufficiale, la storica in sedia a rotelle ufficiale ma in veste alternativa).
Ho pensato che la realtà sommersa nel rione di Santu Predu – il culto della madre terra che persiste – sia un buon artificio narrativo per discutere sulla ricerca, o meglio sul metodo. L’intuizione/il mito di genere femminile e la documentazione, ovvero la scienza, di genere maschile. L’eccellenza quindi sarebbe l’armonica fusione tra i due atteggiamenti.
Senti a me, il primo dei due metodi non è certamente gregario del secondo, ma uno si compendia nell’altro.
Avrei voluto scriverlo io, quel libro.
Vorrei essere con te alla presentazione del libro, ma come ben sai cause di forza maggiore me lo impediscono.
A presto.

Suor Immacolata Concezione"

Postato da: jopili a giugno 22, 2006 10:56 | link | commenti (2) |
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domenica, 24 ottobre 2004
E-mail di Guido del 29 agosto 2004

Sono lieto che le considerazioni da me espresse "a caldo" siano state utili ad approfondire le angolazioni prospettiche del suo romanzo.Avrei dovuto attendere la seconda lettura, e mi scuso di non averlo fatto, ma, mi creda, io che ho scritto due romanzi (entrambi inediti) faccio fatica a trattenermi dall'esprimere un giudizio immediato.
Comunque, vedo che le mie chiavi di  lettura, per quanto semplici ed immediate, trovano in genere il suo consenso. Il resto è poco importante, perchè un lettore è libero di dissentire, come uno scrittore ha il dovere di scrivere ciò che lui sente dentro come ineluttabile. 
Spero che lei abbia già incontrato nella sua fantasia un'altra storia che la coinvolga. Sarò lieto di discutere qualche trama con lei. Adesso, torno ad invitarla alla lettura del Codice da Vinci, che svolge i SUOI STESSI TEMI, in modo addirittura impressionante, comne se gli autori si fossero consultati a vicenda ( è ridicolo dirlo).
Gli sviluppi sono ovviamente diversi, perchè il Codice è un triller fatto per epater le bourgeois, pieno di colpi di scena e di suspense. In una parola, molto anglo-sassone e anche divertente, almeno per 250 pagine. Poi un lettore esperto prevede tutti gli sviluppi. Comunque ritroverà la scena del Circolo Demetra e delle maschere!!! E questo servirà a confortarla nelle sue scelte contestate dai lettori come me!
Non le dico di più.
Un caro saluto. A presto.
Guido





Postato da: jopili a ottobre 24, 2004 13:21 | link | commenti |
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Lettera di Maria Antonietta del 22 giugno 2004

Lavoro superbo, di piacevole lettura ma di impegnativa penetrazione della sua profondità, dal taglio moderno ma che rifugge da certe forme estreme poggiandosi su una sensibilità compostamente classica, dal ritmo interessante, i cui piani narrativi s'intrecciano elegantemente, mettendo in luce genialità, estrosità, talento naturale da vero artista.

Il linguaggio, dal lessico curato, dall'espressione lapidaria, asciutta, esprime massime concettose trasmettendo emozioni e, come la poesia, che si costruisce sui dettagli, rende il discorso attraente, a tratti con humor sottile.
A prescindere dal racconto in sé, tra storia e leggenda, a metà tra l'indagine e l'enigma, emerge da esso l'intelligenza, la creazione, la dialettica che prende per mano il lettore e lo inoltra con delicatezza d'animo, onestà intellettuale e rigore morale verso un'analisi critica di una certa realtà consolidata, capovolgendo il metodo d'indagine, in combutta tra scienza e interpretazione, per cui verità inconfutabili non sono che un sapere organizzato, sovrapposto, in commistione con quello del passato: ecco quindi il limite labile tra storia e leggenda, mito e creazione.
I personaggi, enigmatici, caratteriali, appaiono come su un palcoscenico ideale, con accenti aderenti alla propria diversità, in una teatralità che visualizza realisticamente.
La seconda parte del testo è l'input che giustifica l'altalena del racconto, è il punto chiave che dà valore e significato al tutto, altrimenti rimarrebbe solo, per quanto interessante, l'assetto romanzato e non un messaggio intrinseco che lascia aperto un dibattito, o quanto meno ne indica un percorso e dove spunta prezioso un sistema di ricerca che si poggia sulla filosofia relativista, sul pragmatismo, sulla psicologia e sociologia; insomma, su un impegno che presuppone uno studio di approfondimento e di sistemazione.
Ma c'è anche tanta levità di un'arte sentita come esigenza, e non mercificata, che deve trovare spazio, un impegno che deve essere raccolto perché, onestamente, si faccia volare alto chi ha molto da dare e da dire.





Postato da: jopili a ottobre 24, 2004 13:14 | link | commenti |
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E-mail di Guido del 6 agosto 2004

PROCESSO SERIO A GIUSEPPE PILI

ELEMENTI DELL’ACCUSA.

Un bel libro, un talento letterario di notevole profondità e spessore, una scrittura elegantissima. Ecco le aggravanti dell’accusa. Aver sciupato per una motivazione personale, l’occasione di approfondire un tema fondamentale della società : i complicati rapporti filosofici su maschilismo e matriarcato.

ATTI A CARICO DELL’IMPUTATO

Michele è un giovane insoddisfatto di sé e del mondo che lo circonda. Soffre di una crisi esistenziale, dalla quale fatica a distaccarsi. Non ha più fiducia nei maestri tradizionali, come il suo cattedratico Cherchi, non accetta la tranquilla visione di vita della famiglia, non gradisce la mascolina brutalità del mondo barbaricino che lo circonda. E , tuttavia, non ha dentro sé le pulsioni di un carattere ribelle, che gli consentirebbero di spezzare i vincoli di sangue e di rispetto formale che ancora lo condizionano. Ha quindi ancora bisogno di maestri. E’ questo il suo limite adolescenziale.

Il primo maestro che incontra ed accetta è Farci. Il visionario fallito, tipica figura di provincia, assetato di “stranieri” cui confidare le proprie visioni storiche. Farci è una continuazione dell’insegnamento storico tradizionale, basato sulla logica documentale, e quindi maschile di un evento di per sé, tutto femminile ( il ventre della sposa bambina). Come tale fallirà nell’impresa di rintracciare la verità.

La scomparsa del maestro Farci è rimpiazzata dalla autoreferente Aurelia Marini, alter ego dell’aborrito Cerchi, figura femminile non meno tronfia del burocrate cattedratico. Costei introduce Michele nel fantomatico Circolo Demetra, ove Michele apprende la visione dell’altra metà del cielo. La conferma pratica alle teorie femminiliste del circolo la si cerca nel sacrificio virginale della bimba Nina Zau, che suscita in Michele più repulsione fisica che pietà umana.

Ecco i termini del problema : perché cercare giustificazioni filosofiche al racconto? Non ci si addentra in un una elitaria motivazione personale? Perché Lei non rende il racconto mitico ed insieme semplice, in una parola Essenziale, come deve essere quando si parla di mondo ormai perduto, ancestrale?

Ecco gli elementi probanti. Dopo aver affibbiato al lettore, lunghe dissertazioni su Astarte e sul Levitico( e di questo ne ammetto il merito, almeno in una ristretta categoria di fans, anche se il comune lettore ne viene distratto dal filo del racconto) ed altre chicche antropologiche, si esagera nell’escalation filosofica, dissertando di caverne platoniche e Kant, all’interno dell’assolata Barbagia nuorese.

Perché - mi domando quale parte civile del lettore- la signora Zau non officia un ruolo maieutico sull’animo del nostro Michele con uguale o maggiore profondità della Signora Marini? Non poteva Nina invitare Michele alla sua festa di compleanno e il gruppo delle sciamane officiare la deflorazione in una caverna meno platonica, ma reale, quale le roccie del Supramonte offrono con soverchia abbondanza?

Tutto perché con la signora Zau non si può discettare di Kant? E le voragini filosofiche scavati dagli studi liceali non possano rigurgitare in faccia ai lettori?

Vi erano altre possibili piste nella storia? Ben sapendo quante sofferenze e riletture comporti la scrittura di un testo, ed io non voglio certo criticarla in questo senso- tuttavia mi chiedo se il racconto non ne avrebbe ricavato in drammaticità svolgendosi in una notte lunare, organizzando il convegno sacrificale all’interno degli anfratti di una roccia, ritrovando dei graffiti sulle pareti che ripropongono l’effigie della pietra misteriosa, considerando l’antica superstizione delle virtù sciamaniche trasmessa all’interno di QUELLA caverna, attraverso un rito brutale ed insieme ancestrale.

Per magari divagare con una pozione di erbe del Supramonte offerta alla Vergine quale linimento alle ferite del corpo e dell’anima, della presenza di un maschio incappucciato e nudo, cui competerebbe solo la brutalità chirurgica dell’amplesso, mentre è interdetto alla vista del fiore virginale.

Allora le contraddizioni sociali dell’evento scoppierebbero inevitabilmente tra Michele e Donna Zau, la Grande prostituta sacerdotessa, erede di cultura millenaria, con giustificazioni concrete, che niente toglierebbero alla condanna di una filosofia maschilista, ora sì, svergognata dai fatti.

Una storia di questo genere, potrebbe essere credibilmente sarda, facendo riconfluire il discorso nell’alveo naturale della cultura barbaricina.

Ecco, a me sembra, che Michele – o l’autore che scrive dietro di lui – NON VOGLIA fare a meno della Marini, quasi che sia LEI il personaggio-chiave del racconto, colei che dà la luce a Michele. Ma, in tal caso, debbo dirle che non è un personaggio simpatico, non è umano, e neanche femminile. E’ stato descritto come una musa saccente, ma fredda, che si impone al debole Michele, finora affascinato ma borghesemente impaurito dalle possibili conseguenze della sensualità di Nina.

Non so se queste osservazioni siano gradite, ma mi sento in dovere di fargliele, proprio per il talento indiscutibile da lei mostrato nel descrivere gli altri personaggi.

L’Avvocato del Diavolo.

Postato da: jopili a ottobre 24, 2004 10:33 | link | commenti (1) |
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