Il Ventre della Sposa Bambina

Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili

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domenica, 24 ottobre 2004
E-mail di Guido del 6 agosto 2004

PROCESSO SERIO A GIUSEPPE PILI

ELEMENTI DELL’ACCUSA.

Un bel libro, un talento letterario di notevole profondità e spessore, una scrittura elegantissima. Ecco le aggravanti dell’accusa. Aver sciupato per una motivazione personale, l’occasione di approfondire un tema fondamentale della società : i complicati rapporti filosofici su maschilismo e matriarcato.

ATTI A CARICO DELL’IMPUTATO

Michele è un giovane insoddisfatto di sé e del mondo che lo circonda. Soffre di una crisi esistenziale, dalla quale fatica a distaccarsi. Non ha più fiducia nei maestri tradizionali, come il suo cattedratico Cherchi, non accetta la tranquilla visione di vita della famiglia, non gradisce la mascolina brutalità del mondo barbaricino che lo circonda. E , tuttavia, non ha dentro sé le pulsioni di un carattere ribelle, che gli consentirebbero di spezzare i vincoli di sangue e di rispetto formale che ancora lo condizionano. Ha quindi ancora bisogno di maestri. E’ questo il suo limite adolescenziale.

Il primo maestro che incontra ed accetta è Farci. Il visionario fallito, tipica figura di provincia, assetato di “stranieri” cui confidare le proprie visioni storiche. Farci è una continuazione dell’insegnamento storico tradizionale, basato sulla logica documentale, e quindi maschile di un evento di per sé, tutto femminile ( il ventre della sposa bambina). Come tale fallirà nell’impresa di rintracciare la verità.

La scomparsa del maestro Farci è rimpiazzata dalla autoreferente Aurelia Marini, alter ego dell’aborrito Cerchi, figura femminile non meno tronfia del burocrate cattedratico. Costei introduce Michele nel fantomatico Circolo Demetra, ove Michele apprende la visione dell’altra metà del cielo. La conferma pratica alle teorie femminiliste del circolo la si cerca nel sacrificio virginale della bimba Nina Zau, che suscita in Michele più repulsione fisica che pietà umana.

Ecco i termini del problema : perché cercare giustificazioni filosofiche al racconto? Non ci si addentra in un una elitaria motivazione personale? Perché Lei non rende il racconto mitico ed insieme semplice, in una parola Essenziale, come deve essere quando si parla di mondo ormai perduto, ancestrale?

Ecco gli elementi probanti. Dopo aver affibbiato al lettore, lunghe dissertazioni su Astarte e sul Levitico( e di questo ne ammetto il merito, almeno in una ristretta categoria di fans, anche se il comune lettore ne viene distratto dal filo del racconto) ed altre chicche antropologiche, si esagera nell’escalation filosofica, dissertando di caverne platoniche e Kant, all’interno dell’assolata Barbagia nuorese.

Perché - mi domando quale parte civile del lettore- la signora Zau non officia un ruolo maieutico sull’animo del nostro Michele con uguale o maggiore profondità della Signora Marini? Non poteva Nina invitare Michele alla sua festa di compleanno e il gruppo delle sciamane officiare la deflorazione in una caverna meno platonica, ma reale, quale le roccie del Supramonte offrono con soverchia abbondanza?

Tutto perché con la signora Zau non si può discettare di Kant? E le voragini filosofiche scavati dagli studi liceali non possano rigurgitare in faccia ai lettori?

Vi erano altre possibili piste nella storia? Ben sapendo quante sofferenze e riletture comporti la scrittura di un testo, ed io non voglio certo criticarla in questo senso- tuttavia mi chiedo se il racconto non ne avrebbe ricavato in drammaticità svolgendosi in una notte lunare, organizzando il convegno sacrificale all’interno degli anfratti di una roccia, ritrovando dei graffiti sulle pareti che ripropongono l’effigie della pietra misteriosa, considerando l’antica superstizione delle virtù sciamaniche trasmessa all’interno di QUELLA caverna, attraverso un rito brutale ed insieme ancestrale.

Per magari divagare con una pozione di erbe del Supramonte offerta alla Vergine quale linimento alle ferite del corpo e dell’anima, della presenza di un maschio incappucciato e nudo, cui competerebbe solo la brutalità chirurgica dell’amplesso, mentre è interdetto alla vista del fiore virginale.

Allora le contraddizioni sociali dell’evento scoppierebbero inevitabilmente tra Michele e Donna Zau, la Grande prostituta sacerdotessa, erede di cultura millenaria, con giustificazioni concrete, che niente toglierebbero alla condanna di una filosofia maschilista, ora sì, svergognata dai fatti.

Una storia di questo genere, potrebbe essere credibilmente sarda, facendo riconfluire il discorso nell’alveo naturale della cultura barbaricina.

Ecco, a me sembra, che Michele – o l’autore che scrive dietro di lui – NON VOGLIA fare a meno della Marini, quasi che sia LEI il personaggio-chiave del racconto, colei che dà la luce a Michele. Ma, in tal caso, debbo dirle che non è un personaggio simpatico, non è umano, e neanche femminile. E’ stato descritto come una musa saccente, ma fredda, che si impone al debole Michele, finora affascinato ma borghesemente impaurito dalle possibili conseguenze della sensualità di Nina.

Non so se queste osservazioni siano gradite, ma mi sento in dovere di fargliele, proprio per il talento indiscutibile da lei mostrato nel descrivere gli altri personaggi.

L’Avvocato del Diavolo.

Postato da: jopili a ottobre 24, 2004 10:33 | link | commenti (1) |
recensioni


Commenti
#1   24 Ottobre 2004 - 10:40
 
Allora... sono tornato a casa, alla mia postazione, e posso finalmente risponderle.
Vediamo tutti i punti in questione.

1) [...] Aver sciupato per una motivazione personale, l’occasione di approfondire un tema fondamentale della società : i complicati rapporti filosofici su maschilismo e matriarcato. [...]

Come tutta l'impostazione del romanzo fa fede, il racconto è impostato soggettivamente e intimisticamente. Parte da una esperienza individuale e termina con una esperienza individuale. Non mostro mai pretese di universalità, perché se mirassi a costruire una teoria socio-antropologica tradirei le premesse e l'assunto.
C'è un passo in cui Michele afferma che ciò che lo differenzia da Don Salaris è la contrapposizione soggettivo/oggettivo... "Non ho alcuna intenzione di cambiare la Storia, mi accontento di modificare il modo di percepirla..."
Riscrivere la Storia invece è la massima aspirazione del maestro Farci.
Si va aldilà del senso comune: l'evoluzione che subisce la consapevolezza di Michele è possibile solo in via individuale, non collettiva.

2) [...] Ha quindi ancora bisogno di maestri. E’ questo il suo limite adolescenziale. [...]

E' perfettamente vero. Ma se lui fosse padrone di tutto ciò che finora ha imparato e non aprisse la sua mente a nuove idee, nulla potrebbe imparare di nuovo. Nessuna trasformazione sarebbe possibile.
Mantenere una mente infantile ed elastica lo tiene in stato di soggezione, ma è la premessa del cambiamento.

3) [...] Ecco i termini del problema : perché cercare giustificazioni filosofiche al racconto? Non ci si addentra in un una elitaria motivazione personale? [...]

Assolutamente sì. Una conoscenza superiore a quella impartita alla massa è decisamente elitaria. Non c'è niente di sbagliato in tutto ciò. Solo chi cerca la verità può trovarla. Chi non desidera una cosa o non è disposto a pagarne il prezzo in sacrifici non può ottenere alcunché.

4) [...] Perché Lei non rende il racconto mitico ed insieme semplice, in una parola Essenziale, come deve essere quando si parla di mondo ormai perduto, ancestrale? [...]

Perché la storia parla di una coscienza contemporanea che si addentra nel passato e nell'ignoto, con tutte le complicazioni che comporta dover abbattere i pregiudizi culturali creati dall'educazione di massa.

5) [...] Perché - mi domando quale parte civile del lettore- la signora Zau non officia un ruolo maieutico sull’animo del nostro Michele con uguale o maggiore profondità della Signora Marini? [...]

Lo fa, ma non a parole. Con la sola presenza.

6) [...] Tutto perché con la signora Zau non si può discettare di Kant? E le voragini filosofiche scavati dagli studi liceali non possano rigurgitare in faccia ai lettori? [...]

Esatto. La signora Zau non parla lo stesso linguaggio di Michele, e i due non possono comunicare (come fa invece la Marini).
Riguardo le voragini filosofiche, è il prezzo che il lettore deve pagare per comprendere la trasformazione di Michele (sempre ammesso che abbia la pazienza di volerla seguire fino in fondo)...

7) [...] mi chiedo se il racconto non ne avrebbe ricavato in drammaticità svolgendosi in una notte lunare [...]

Ne avrebbe certamente guadagnato in suggestione, ma meno in verosimiglianza, indebolendo l'efficacia generale della storia.

8) [...] Ecco, a me sembra, che Michele – o l’autore che scrive dietro di lui – NON VOGLIA fare a meno della Marini, quasi che sia LEI il personaggio-chiave del racconto, colei che dà la luce a Michele. Ma, in tal caso, debbo dirle che non è un personaggio simpatico, non è umano, e neanche femminile. [...]

Ha ragione. La Marini è l'ostetrica di questo secondo parto, tutto mentale. Ma se dovessero operare solo le ostetriche simpatiche, a quest'ora la popolazione del mondo... :)

9) [...] E’ stato descritto come una musa saccente, ma fredda, che si impone al debole Michele, finora affascinato ma borghesemente impaurito dalle possibili conseguenze della sensualità di Nina. [...]

E' esattamente così.

> Non so se queste osservazioni siano gradite, ma mi sento in dovere di fargliele, proprio per il talento indiscutibile da lei mostrato nel descrivere gli altri personaggi.

Graditissime. E' andato aldilà delle considerazioni da lettore, e mi ha aiutato ad abbracciare un altra visione prospettica.
La ringrazio molto, e a presto!

Giuseppe
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