Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili
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La settimana scorsa sono stato invitato a Roma per partecipare alla finale del "Premio Solinas - I Colori del Genere". Eravamo tre-quattro finalisti per ogni categoria (quattro categorie in tutto).
Essere entrato nella rosa finale mi ha fatto decisamente piacere: avevo partecipato altre volte al Solinas, inclusa la primissima edizione del Premio, quello dell'86 quando si svolgeva ancora alla Maddalena (e il sottoscritto aveva vent'anni...).
Per questa edizione ho adattato il "Ventre" per il grande schermo, modificando la storia perché abbracciasse totalmente il genere "horror", un genere che conosco bene dal punto di vista del linguaggio, che ho amato moltissimo e - sebbene non ne fruisca come un tempo - per il quale provo affetto e nostalgia.
Il mio atteggiamento nei confronti dell'horror è mutato da quando è mutata radicalmente la mia concezione della vita. Non provo più timore nei confronti della Morte, per cui mi è difficile stabilire l'antica connessione con l'emozione basica della Paura.
Tuttavia ho voluto partecipare alle sezioni "di genere" perché la mia concezione di "realismo" non coincide con quella di un giurato medio. Per "giurato medio" non intendo un individuo mediocre, ma il giudizio che emerge da una "media" di più giurati, media che - per definizione - è portata a spianare qualsiasi cosa al medesimo livello di "accettabilità" comune.
Sinceramente non comprendo la differenza tra la sezione "normale" del Premio e quella dedicata ai generi, perché trovo che tutto possa rientrare in un genere: se alcune opere vengono classificate "realistiche" o "drammatiche", dando a questi appellativi un significato neutro è solo per il particolare retaggio culturale dell'Occidente.
Alla fine c'è il rischio che fra le punte di diamante della cinematografia nostrana emergano le storie intimiste o "a sfondo sociale" che non hanno più presa sul pubblico, mentre gli Stati Uniti ci fanno a pezzi con i loro film "di genere" che rispecchiano la società molto di più di quanto non si immagini.
"Il Signore degli Anelli" ci fa capire molte più cose sulla Realtà di quanto non faccia l'intera filmografia di Bertolucci.
Nell'adattamento del "Ventre" mi sono trovato a modificare diversi elementi rispetto alla storia originale, perché sarebbe stato decisamente arduo tradurre in immagini i concetti filosofici e il travaglio - tutto interiore - del protagonista. La scrittura filmica ha necessità di concretezza, e ogni simbolo astratto ha bisogno di essere trasposto in un oggetto "visibile".
Curiosamente, nella sezione a cui ho partecipato, chiamata "BluViola", l'organizzazione del Premio ha accomunato tre generi molto diversi: l'horror, il fantasy e la fantascienza.
Fra i quattro finalisti della BluViola c'era un soggetto horror (il mio), due soggetti fantasy e uno di fantascienza.
Nel commentare la designazione del vincitore un giurato ha detto che alla fine è stata una questione di gusto personale nei confronti del genere, e solo in secondo luogo una valutazione sulla qualità dell'opera, di livello simile per tutti e quattro i casi.
Ho maturato sufficiente esperienza di concorsi per affrontare l'umana soggettività dei giurati e il bagaglio pregiudiziale che rende unica e caratteristica ogni giuria, per cui non c'è recriminazione nel precedente appunto, ma un piccolo suggerimento per le prossime edizioni del Premio: ampliate le categorie assegnando un premio diverso a generi realmente differenti.
Partecipare ad un concorso e raggiungere alcuni traguardi è un'esperienza che induce delle riflessioni.
La prima cosa che mi sento di dire è questa: non esistono artisti incompresi: niente ha veramente valore e niente ne è privo, se nel primo o nel secondo caso non c'è un consenso sociale a ratificarlo. Sembra ovvio, ma meno di quanto si pensi.
Questo Consenso, tutto umano e transitorio, va sempre contestualizzato. Nel bene e nel male.
Il "valore" di qualsiasi cosa ha sempre bisogno di un Soggetto e di un Oggetto appropriati. Ogni cosa ha senso e valore per qualcun'altro: occorre capire chi è il nostro destinatario. La favola che abbiamo inventato la sera prima verrà cestinata da una giuria di esperti, ma potrebbe avere un effetto pedagogico immenso per il nostro bambino, e influenzare ogni azione della sua vita futura.
Ci sono certe regole "non scritte" che l'aspirante deve conoscere prima di affrontare serenamente un concorso. La Prima preziosissima Legge Fisica dei Concorsi è questa: "Participare sempre a concorsi la cui fama è inversamente proporzionale a quella del partecipante." Ovvero: tanto più il concorso è sconosciuto, tanto meno premierà autori esordienti o locali. Il concorso provinciale o appena nato ha bisogno di visibilità, e conferire il premio ad uno sconosciuto non gioca a suo favore. Molto meglio invitare alla premiazione il Grande Autore Nazionale, che potrà darà lustro alla manifestazione in fasce.
Per gli esordienti è bene partecipare a grandissimi premi nazionali, i cui giurati aspirano al ruolo di talent scout, e non provano imbarazzo a premiare degli sconosciuti.
La Seconda Legge è questa: "Accertarsi preventivamente l'orientamento ideologico del premio (e quindi dei suoi giurati)." Questo per evitare che l'opera venga rigettata a priori per il contenuto ancorché per la forma. Normalmente un'opera il cui tema strizza l'occhio alla Sinistra trova maggiori possibilità di consenso.
La Terza Legge è "Partecipare e dimenticarsi di aver partecipato." I fattori che concorrono all'assegnazione di un premio esulano così tanto dal valore dell'opera che non è saggio attendersi un esito positivo e rimanere puntualmente delusi.
Queste leggi valgono nel caso che il nostro obiettivo sia il Consenso Esteso (ovvero il Successo) e non un'urgente esigenza comunicativa.
Ma se il Consenso Esteso non ci gratificasse nonostante i nostri sforzi, non occorrerà per caso rivedere il nostro atteggiamento e le nostre strategie?
La domanda finale è quindi: abbiamo davvero bisogno del pubblico riconoscimento delle nostre capacità?
Questo potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione per andare alle radici del nostro essere, sempre che si abbia il coraggio di guardarsi dentro fino in fondo, pronti a scoprire qualcosa di poco piacevole.
Nell'indifferenza ai "frutti dell'azione" è occultata la saggezza e il nichilismo. Credo valga la pena affrontare il terribile abisso del secondo per giungere alla prima.