Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili
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L'ultimo post di questo blog.
Sono passati quattro anni dalla pubblicazione del romanzo, l'onda si è esaurita.
Diversi lettori mi hanno affettuosamente chiesto quando sarebbe stato pubblicato il prossimo lavoro.
Sorvoliamo sulla dichiarazione in terza di copertina alla quale non ha creduto nessuno, e che tutti hanno considerato un vezzo :)
Proverò a dare una risposta che sia un minimo sensata.
La domanda è: PERCHE'?
Perché scrivere?
Non ho voglia di scavare a fondo, per cui provo a fare un elenco delle prime cose che mi vengono in mente.
La Passione.
Non ho il fuoco sacro. Scrivere è sfiancante. Non mi diverte. Scrivo per LIBERARMI da qualcosa, non per caricarmene.
Il Denaro.
Non ho inventato Harry Potter. La signora che viene a fare le pulizie a casa prende 7 euro all'ora... per il tempo speso per il "Ventre" avrei dovuto incassare una cifra che si aggira intorno al milione di euro. :) Dal momento che perdo ancora tempo su questo blog significa che non l'ho incassata.
La Fama.
Pesta i piedi alla mia Fobia Sociale, che si contorce a ogni incontro pubblico, rendendo il periodo che intercorre fra la comunicazione dell'evento e l'evento stesso un periodo vissuto trattenendo il respiro.
Compiacere chi crede in noi.
Dopo un po' la spinta si esaurisce se non c'è un contenuto personale e vitale ad alimentarla.
Il Prestigio dell'elite.
Tempo fa ascoltavo "Damasco", su RadioTre. Uno scrittore sardo parlava dei romanzi che lui ritiene fondamentali, e articolava un discorso pieno di rimandi, citazioni colte. Quella sera ho compreso che non ero capace di giocare allo stesso gioco.
E' tutta la vita che mi sento fuori da ogni club, anche quelli che ho fondato.
E' più forte di me. Provo l'irresistibile impulso di trarmi fuori da qualsiasi aggregato umano.
Daccordo, la risposta alla domanda di questo post è: non lo so.
Non so cosa riserverà il futuro.
Le risposte arrivano quando smetti di chiedere.
Ci sono delle persone che io stimo e con le quali mi piace dialogare perché possiedono uno sguardo non-banale sulla realtà. Ho sperimentato che spesso queste persone vengono penalizzate dal sistema in cui operano perché la freschezza e l’onestà intellettuale rende chiaro ai mediocri che l’autore del pensiero non è disposto a farsi “manipolare” da nessuno.
Se queste persone poi fanno i critici di professione, è garantito che non troveranno mai porte aperte: se dovranno passare attraverso qualcosa, per tutta la vita saranno costretti a sfondare l’ostacolo a testate. Elvezio Sciallis è una di quelle persone.
Non parlerò del suo modo di scrivere (lo giudicherà il lettore), né del suo acume, perché sarei in grave malafede e in evidente conflitto d’interessi. Sto infatti per riportare qui una sua recensione positiva sul romanzo.
Badate, non siamo amici (lui infatti mi odia nonostante io lo adori). Ci siamo incontrati su un sito “di genere” dove lui era redattore, e sul forum abbiamo scoperto passioni condivise e molte altre cose in comune.
Per cui il cappello che precede questa sua recensione NON è fatto allo scopo di restituire il favore, né io parlerò del suo libro, dal momento che non sono un recensore. Se volete sapere qualcosa di più su Elvezio, chiedete direttamente a lui su Malpertuis.
Ma non ditegli che vi mando io.
"Sbarazziamoci, come prima cosa, delle “banalità” più evidenti ma che sento di dover obbligatoriamente segnalare: Giuseppe Pili è in possesso di una tecnica e di uno stile fuori dal comune per maturità e incisività, mezzi che gli permetterebbero di scrivere un libro di ricette sarde tramutandolo in una lettura appassionante.
Ho detto ricette sarde perché questo è uno degli altri elementi “banali” ma potenti: la Sardegna permea ogni angolo del romanzo e ne diventa protagonista al pari degli attori umani coinvolti, cosa che succede molto spesso con gli scrittori di questa regione, sia esso un meccanismo volontario o meno.
Il dato, per fortuna, è positivo in quanto non si tratta di qualche descrizione d’atmosfera e due parole in dialetto tanto per dare un vestito di qualche tipo alla trama: Pili lascia fluire (ma con il giusto, inavvertibile controllo) una miriade di elementi (storia, costume, aneddotica, lingua…) che contribuiscono in maniera determinante alla resa finale.
Ci troviamo di fronte a un romanzo atipico, un percorso di gnosi condito da (necessari, altrimenti si potrebbe scadere nel tratterello o nel didascalico) elementi “gialli” (ci sono anche omicidi e cospirazioni) che trascinano il lettore dentro un microverso misterico che, tanto per fare esempi pesantissimi e pertinenti solo per qualche aspetto, possono ricordare alcuni romanzi di Dan Brown (ma Pili ha completato l’opera anni prima) o Il nome della rosa.
È il passaggio graduale dalla Storia al Senso, passando attraverso il Mito, dalla Scienza alla Magia, dalla Ragione all’Irrazionale, dal Sole alla Luna.
Passaggio che viene evidenziato dal progressivo affidarsi del protagonista a Maestri e Guide sempre più distanti dal modello iniziale.
L’autore mostra ottima capacità di amministrazione del ritmo e dei toni, alternando l’indagine più strettamente fisica a momenti di riflessione, intervallando le tinte scure e talvolta morbose a quadretti caustici e umoristici e inanellando una serie di personaggi riusciti, la cui caratterizzazione psicologica, pur tendendo al monodimensionale, non scade mai nel macchiettistico bensì inclina verso il simbolismo.
Dovendo (cerco sempre di farmene un obbligo, anche quando non lo sento realmente necessario) segnalare qualche tipo di difetto, dirò allora che la cosa che meno mi convince è la portata, l’intensità dell’epifania finale; avrei preferito una implosione, un annichilimento o una ellissi, ma si tratta di inclinazioni personali.
Il romanzo si apre con un rubinetto che sputa solo qualche goccia marrone e si chiude con un diluvio: nel mezzo il percorso di un uomo la cui apatia ha cercato a lungo di bloccare, di impedirgli l’obbligatoria presa di coscienza della propria identità.
Il tutto amministrato e somministrato attraverso diversi livelli di lettura che potranno appassionare una vasta tipologia di lettori.
In mezzo al mare magnum delle proposte editoriali è difficile emergere o attrarre anche un minimo di attenzione ma non posso far altro che consigliarvi almeno una visita al sito e al blog/diario che Giuseppe Pili ha dedicato al suo romanzo e contattare l’editore comprando una copia del libro: chi visita assiduamente Malpertuis e condivide alcuni dei miei gusti difficilmente ne rimarrà deluso.
Piccola nota a margine: provate a leggere anche qualche suo articolo sui fumetti, il ragazzo ne sa molto più del sottoscritto perciò lo odio e probabilmente non posterò mai questa recensione per non fargli pubblicità."
Le uscite pubbliche 11
Giovedì, 18 gennaio 2007
Biblioteca di Decimomannu, ore 18.00.
Incontro con l'autore.
Grazie a Marina, Silvia e all'assessore alla cultura del Comune di Decimomannu, Daniela Peresson.
Presenti: 25/30 persone circa.
L'incontro faceva parte di una serie composta da quattro eventi, con presentazioni a Elmas, Decimomannu e Assemini, per quattro autori, fra cui Milena Agus, Francesco Abate e Mariangela Sedda.
Se c'è una cosa che ho imparato da quando ho iniziato a presentare il romanzo è che non esiste un evento uguale al precedente. Questo li rende stimolanti, ed è una spinta a vincere la resistenza di quella parte di me che si oppone ad apparire in pubblico.
Per me è sempre un dispendio enorme (direi immane) di energia vitale, ma alla fine di ogni incontro in qualche modo sento di essere arricchito, e non solo per le copie vendute.
La cosa per me unica di questo incontro a Decimo è che i partecipanti fanno parte di un'enclave. Secondo le usanze del paese, in occasione di manifestazioni culturali l'assessore ha l'obbligo di chiamare personalmente (e non altrimenti!) tutti coloro che in genere amano prender parte a tali eventi. Pena: la diserzione.
Daniela mi ha assicurato che la sera erano presenti TUTTI quelli che aveva avvertito (tranne due o tre, per impegni inderogabili). Trovo la cosa straordinaria. Come pure il fatto che lei, prima di avviare l'incontro, mi abbia dovuto presentare - uno per uno, stretta di mano inclusa - tutti i partecipanti.
Prospettate questa eventualità in anticipo a uno come me che soffre di Fobia Sociale, e si darà malato a dieci minuti dall'evento.
L'incontro si è svolto così: un cerchio di sedie stile terapia di gruppo, un té caldo a inizio seduta e domande in libertà da parte di un pubblico (eterogeneo per età) che non aveva mai sentito parlare del libro.
Si è parlato di Deledda, Satta e poi siamo arrivati al tema della serata: quel curioso individuo seduto al centro che aveva vent'anni più di quanto dimostrasse. E poi la terza di copertina, che suscita sempre enorme curiosità.
Diversamente da altre presentazioni, le domande di questo pubblico anelavano una risposta. Credetemi, è un vero miracolo. Sarà forse perché non esisteva un riflettore puntato sul palco per il classico Siparietto dell'Esibizionista? Non posso saperlo.
Un maturo signore mi ha rimproverato con piglio burbero di avere un atteggiamento dimesso, e mi ha detto che questo non giova alla promozione del libro. Insomma, mi ha consigliato di svegliarmi, di fare pablic relescions.
Io, brillante come Forrest Gump, ho risposto: Oo-key.
L'intervento fuori programma di Silvia mi ha commosso, ma non ho lasciato trasparire nulla.
Vendite alle stelle: tutti i partecipanti hanno comprato una copia. Potere della stretta di mano dell'Autore.
Adesso sono pronto per la politica.
Inizio a scrivere senza conoscere esattamente le ragioni di questo post.
Tutti sanno che è un finto blog. Non ci passo mai, e quando lo faccio è solo per lasciarci dentro qualcosa che abbia attinenza col romanzo.
La verità è che non ho voglia di parlare delle mie esperienze quotidiane, di banalità articolate in bella forma per occupare spazio virtuale su un server.
In qualche modo però sento di dover lasciare questo pensiero, perché vorrei che il ricordo di quanto è accaduto non svanisse.
Forse dieci anni fa non mi sarebbe importato, ma dalla morte di mia nonna ho iniziato ad avvertire l'incalzare del tempo.
Non è la paura della Fine: è la consapevolezza che certe esperienze - in questa mia forma umana - non accadranno più.
Sono peculiari di questa attuale incarnazione.
Bene.
Ieri è andato in scena il saggio finale a San Gavino. Aula di teatro ore 16.00, inviti per le famiglie dei ragazzi.
E' stato il culmine di cento ore di lavoro: io, in qualità di "esperto esterno", il tutor interno Roberta Coatti e tredici ragazzi del liceo Marconi.
Abbiamo messo in scena "Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo", un film che amo in modo viscerale.
L'idea non è mia, è partita da uno dei ragazzi, Fabio, che aveva letto il libro.
Per essere sincero quando Fabio l'ha proposto ho tirato un sospiro di sollievo perché stavamo per finire nelle secche di una rappresentazione didatticamente adatta a tutti, e quindi rivolta a nessuno.
"Qualcuno Volò" invece è politicamente scorretto, umanissimo, denso, ironico e tragico. Emozionante, di un'emozione basica, primordiale.
Il problema era rendere credibile e viva la vicenda per un pubblico che le è alieno e riuscire a trasmettere almeno un millesimo dell'atmosfera del film.
Posso assicurare che è un'impresa, quando si manipolano ragazzi che non sanno niente di teatro, di recitazione, di sfumature interpretative. Spesso poco motivati, affascinati molto più dall'idea di trascorrere tre ore di svago con nuovi amici.
Si era partiti con un gruppo sostanzioso, poi ci sono state defezioni. Qualcuno ha capito che non era tagliato, altri hanno realizzato che bisognava chiacchierare poco e tenersi concentrati aldilà del tempo medio di un comune utente TV.
Quelli che sono rimasti sono ragazzi lontani anni luce dalla cultura anni '70 alla quale io mi sento intimamente legato per imprinting.
Lontani - per fisiognomica, età, sesso, censo, esperienze - da qualsiasi personaggio del film.
Così, dopo un paio di incontri e nonostante l'entusiasmo iniziale, ho realizzato quanto fossimo ontologicamente destinati al fallimento.
Sentivo pronunciare con troppa disinvoltura nomi come McMurphy, Billy, Washington, Harding, Cheswick, Taber... da ragazzi con volti mediterranei e i cui nomi suonano come Adelaide, Anastasia, Veronica, Maria. Con un accento locale fastidiosamente comune, rozzo, improbabile.
E poi... come evocare la carica trasgressiva di McMurphy in un contesto scolastico? Dovevamo parlare di violenza, sesso, pratiche psichiatriche ai limiti della tortura con la stessa disinvoltura con cui a scuola si affronta il tema dell'amicizia e della solidarietà.
Fallimento assicurato, appunto.
Tredici persone su un palco stretto e scricchiolante, dieci delle quali quasi sempre in scena: un incubo per qualsiasi regista che non abbia a dispozione la Scala di Milano e un budget da prodotto interno lordo del Portogallo.
Metà del tempo impiegato nel coreografare i movimenti, escogitando trucchi e manovre per non pestarsi i piedi a vicenda e per non coprire voci - sempre troppo timide - col semplice atto di spostare una sedia.
E poi la disastrosa prova finale del giorno prima, con il protagonista, Alessandro, inchiodato a letto da un febbrone a trentotto.
Va bene, ci abbiamo provato, è stato bello ugualmente, abbiamo imparato qualcosa l'uno dall'altro, in fondo il pubblico capisce che sono ragazzi inesperti... e una sequela di sciocchezze di circostanza pur di zittire qualla vocina interna che grida implacabile: sconfitta.
Quindi, il temutissimo Giorno Dopo.
Arriva il momento di entrare in scena, e...
Magia.
Con mio assoluto stupore ricompaiono tutte le indicazioni disattese, quelle che fino al giorno prima sembravano sepolte in qualche angolo buio e remoto di quella strana soffitta polverosa che è il cervello di un attore.
Scruto con morbosità la bellissima emozione sul volto dei ragazzi, l'imbarazzo e l'incertezza vinti dalla pura forza di volontà.
Tutti e tredici si muovono sincroni, si appoggiano le battute, fanno il vuoto intorno ai compagni sotto il riflettore.
La scenografia è povera e raffazzonata: due tavoli, otto sedie, una finta porta con lucchetto, un cestino per rifiuti.
Ma - incanto e potenza della Magia - nessuno degli spettatori se ne accorge.
Il Meccanismo Narrativo è al lavoro, li sta ipnotizzando.
Nessuno sbadiglia, nessuno si distrae, nessuno commenta particolari inessenziali.
Che sta succedendo?
Mi accorgo solo adesso che stiamo raccontando, e lo facciamo in modo semplice, diretto. Narratori da serata invernale di fronte al caminetto acceso, senza tempi morti e involuzioni criptiche che fanno tanto intellettuale.
E poi... e poi osservo i ragazzi aderire con stupefacente naturalezza al ruolo e mettere in scena sentimenti diretti.
Arriva la scena dell'elettroshock e anche il pupo che frignava alle mie spalle dall'inizio della rappresentazione smette di fiatare.
Magia.
Uno spettatore avverte McMurphy a voce alta: "Sta arrivando l'infermiera!"
Magia.
L'infermiera sta per essere aggredita... Io perdo il controllo della telecamera e abbandono per un attimo l'inquadratura, travolto dall'onda emotiva.
Magia!
I ragazzi sul palco non sono più Roberta, Davide, Silvia, Andrea, Giulia, Cinzia, Mirko.
Sono frammenti di un'idea assolutamente astratta, di uno Spirito puro partorito dal Meccanismo Narrativo, perfetto nella sua disarmante ingenuità.
Gli spettatori non capiscono qualche battuta qua e là, molti riferimenti culturali, ma tutti si abbandonanno senza difese e pregiudizi alla nuda idea universale: un uomo è prigioniero di un sistema opprimente. Ce la farà a liberarsi?
Ma non è quello che sperimentiamo tutti, ogni giorno, in ogni ambito della nostra vita? Sì, è quello.
E noi... io, Roberta e i tredici ragazzi l'abbiamo catturato e inchiodato fra due quinte in un'aula di un liceo di provincia.
In platea cola qualche lacrima e ho un brivido.
Ce l'hanno fatta.
Al termine, un tripudio di applausi. I ragazzi sono raggianti.
Il tutor interno esulta con la compostezza del ruolo, ma è conscia della fatica e dell'ansia spesa perché ogni ora di lavoro producesse i suoi frutti.
E io?
Io sono stupito. Non tanto dalla performance, piena di difetti. Sono stupito di quanto la gente abbia bisogno di storie oneste.
Non importa che siano difficili o scabrose. Anzi. Purché siano raccontate in modo onesto, oserei dire con l'onestà che contraddistingue le fiabe.
Di questi racconti io manterrò per sempre ricordi vividi.
Ricordo quando vidi "Qualcuno Volò" in prima serata ai tempi del liceo. La mattina dopo con i compagni non facemmo altro che parlarne. Franco se lo ricorda bene. Eravamo stregati, impressionati, colpiti in pieno viso da un maglio. "Hai visto che forza Martini?" "McMurphy è stato grandissimo!" Tutti avremmo voluto avere al nostro fianco Grande Capo, l'indiano buono. "Ti ricordi la scena del chewingum?" "E quando strappa il lavabo?" Per non parlare della gelida e odiatissima infermiera Ratched.
Lo rievocammo per settimane.
Adesso in prima serata vanno in onda le storie in scatola con sottovuoto spinto.
"Qualcuno Volò" - adesso - è un film da palinsesto notturno, senza discussioni. Troppo duro per i bambini.
Già. Adesso in prima serata vanno in scena le autopsie di CSI.
Ma non voglio fare moralismi e mi fermo.
Dico solo che la verità può essere dura per un bambino, ma è una ferita che lascia solo una cicatrice. Non è un tumore a lento ma inesorabile decorso. L'ipocrisia, quella sì.
E adesso che tutto è finito, che rimarrà di queste cento ore di lavoro?
Beh, inannzitutto mi porto a casa una videocassetta e un gigantesco mazzo di fiori con un bellissimo biglietto di ringraziamento da parte dei ragazzi.
E in auto scopro di essere un pizzico dispiaciuto.
Non si tratta del termine della retribuzione. Con quella riuscivo giusto a pareggiare la spesa dello spostamento. No, non è questo. Questo è il copione del mio rapporto ostile col denaro. (L'ostilità è sua nei miei confronti, beninteso.)
Forse si tratta di qualcosa che ha a che fare col mio carattere. In esperienze come questa il 50% è fatto di relazioni umane. E io per natura riesco a dare il 50% del 50%, perché la socialità è un'arte che trascende le mie capacità.
Forse avrei voluto avere un rapporto più confidenziale con i ragazzi, ma la mia introversione - come sempre - ha avuto il sopravvento.
Ecco, ho capito. Forse ho scritto tutto questo perché qualcuno di loro lo leggesse.
A costui vorrei dire che mi dispiace non essere stato più - non trovo il termine... COMPARTECIPE. Qualsiasi cosa significhi.
Spero che aldilà della pura tecnica del teatro, della quale non mi sento nemmeno legittimo portavoce, costui abbia imparato qualcosa che valga la pena di essere ricordato a lungo.
E a tutti dico: di queste cento ore ricordatevi solo il mio discorso finale, quello con la metafora dell'Anello Debole della Catena.
Il mondo che vi accingete a trasformare ne ha bisogno.
La mia generazione, in questo, ha fallito.
Adios e grazie.
Giovedì 30 novembre, a Nuoro, Lions e Soroptimist hanno organizzato un convegno per celebrare il Nobel di Grazia Deledda. Sono stato precettato dal professor Mario Porcu perché portassi la mia testimonianza.
E' stata una serata molto piacevole, nonostante la stanchezza dovuta a una mattinata di lavoro, due viaggi in treno e un viaggio in auto.
Per una misteriosa alchimia l'incontro si è svolto senza sbavature: tempi calibrati, interventi complementari e interessanti, intermezzi attoriali (con la sopresa, almeno per me, di un'attrice-ragazzina di straordinario talento destinata a illuminare il palcoscenico sardo!), un intervento lirico raffinato, un emozionante ricordo visivo e uno sonoro della Deledda.
Mi trovavo in compagnia di tre squisiti relatori (Lina Dettori, Gino Farris e Mariangela Sedda), assieme ai quali avrei dovuto esprimermi sul valore dell'eredità deleddiana. A sciogliere il ghiaccio ci ha pensato Lina. Ha letto un bell'intervento, denso, che ha iniziato a porre nel pubblico l'idea di una certa inevitabile distanza generazionale fra la Deledda e i nuovi scrittori. Poi è toccato al poeta Farris, con un intervento molto profondo nella lingua dei padri; quindi è toccato a me e infine alla Sedda (della scuderia del Maestrale), che ha ripercorso alcuni interessanti momenti delle vicende deleddiane.
Dal momento che gli organizzatori non si sono sincerati in anticipo della mia aderenza sentimentale all'iniziativa, a me è toccato il ruolo di pupazzo a molla della serata.
Ecco la sintesi del mio intervento.
"Questa sera mi sento in imbarazzo per due motivi. Primo. Vorrei sentirmi legittimato a parlare di una scrittrice così importante solo per il fatto di essere stato invitato, però così non è, almeno emozionalmente, perché ho pubblicato troppo poco e ritengo che il mio giudizio da lettore sia più realistico di quello da scrittore. Secondo. Non mi sento in totale sintonia con le celebrazioni, e ne spiegherò i motivi. Dal momento che non sono un Critico, chiedo scusa in anticipo se formulerò dei giudizi piuttosto superficiali.
Il mio rapporto con le opere della Deledda è avvenuto quando lavoravo in teatro, dal momento che mi è capitato di adattare per il palcoscenico quattro dei suoi “Racconti Sardi” e il romanzo breve “Il Paese del Vento”.
Cosa fa un drammaturgo quando adatta un’opera per il palcoscenico? Prima di stravolgerla – sempre che non abbia intenzione di metterla in scena nel modo più aderente possibile) legge e interpreta, ma con strumenti diversi da quelli del Critico. Tra un Critico e un Drammaturgo c’è la stessa differenza che passa tra un poliziotto e un investigatore stile “CSI”: il poliziotto ha bisogno di prove: torchia i testimoni e va a caccia di indizi; l’investigatore "New Wave" per rintracciare il serial-killer deve imparare a ragionare esattamente come lui.
Da questo tipo di incontro con l’opera della Deledda ho appurato che tra me e lei, sempre che sia legittimo fare un paragone, non esiste niente in comune. Siamo due persone diametralmente opposte e per certi versi inconciliabili.
I punti di divergenza sono sostanzialmente quattro:
1) Innanzitutto il CARATTERE. Lei era una donna intraprendente, tenace e ambiziosa. Tre qualità di cui sono assolutamente sprovvisto. Questo fatto è in grado di creare già una certa distanza;
2) L’EPOCA in cui è vissuta. Mi sento lontano (non centinaia, ma) milioni di anni luce dalla società descritta dalla Deledda. Molte barriere sociali, limiti è tabù sono crollati come il muro di Berlino. I rapporti uomo/donna sono mutati e io mi sento di vivere in un universo alternativo. Per cui alcuni problemi/motore delle sue narrazioni (trasgressioni, sensi di colpa ed espiazioni) cessano di avere, almeno per me, un impatto emotivo;
3) La SENSIBILITA’ FEMMINILE. Ad esempio nella scelta dei temi, che riguardano spesso il Sentimento e la Passione. Temi che sento estranei, poiché non ho un carattere passionale. Mi interessano molto di più gli argomenti legati alla Conoscenza;
4) I MODELLI. Per lei sono squisitamente LETTERARI, mentre i miei sono di altro genere, quasi esclusivamente visivi: cinema, teatro, fumetto. La mia scrittura parte dalla SCENEGGIATURA, dove non c’è posto per la Frase Estetica. Tutto dev’essere funzionale, essenziale, mirato a uno scopo.
Il gusto della Deledda, che io definirei "decorativo" e prettamente letterario, mi è estraneo. Chi mi conosce sa che nutro una certa antipatia per gli oggetti meramente estetici. In casa c’è una continua lotta di spazio tra quello che serve e quello che abbellisce. E il simbolo di tutto questo è il Centrino Ricamato. Ora, una frase come questa (riporto testualmente da "Canne al Vento"): “Una figura nera saliva attraverso la china ove già le fave basse ondulavano argentee alla luna”... per me è un centrino. Lo dico con affetto: è assolutamente delizioso, ma trovo che serva solo a prendere polvere.
Naturalmente queste differenze non potevano che generare un risultato: hanno impedito (e impediscono) che ci possa essere un qualsiasi influsso della Deledda sulla mia personalità e quindi sulla mia scrittura.
Detto questo, la domanda è: c’è qualcosa della Deledda che secondo me vale la pena di rivalutare?
Forse non una cosa intera, ma mezza: ovvero il rapporto con la Trascendenza, con Dio (qualsiasi cosa ciascuno di noi associ a questo nome).
Viviamo schiavi di un'ipnosi di massa chiamata Materialismo, assediati da opere che descrivono il Male nei dettagli più minuziosi. I nuovi scrittori sembrano aver perso la capacità di porsi domande sulla posizione che l'essere umano sta assumendo nei confronti dell'universo in cui vive e dell'Evoluzione. Abbiamo decisamente perduto la rotta. Personalmente mi sento di dire che l'unico scopo a cui dovrebbe tendere l'Arte è il rapporto con la Trascendenza. Tutto il resto è (sublime) Intrattenimento.
Ma ho detto "mezzo" punto in comune, perché anche in questo frangente mi sento di rilevare delle differenze. Prendiamo il Sentimento del Peccato, che nella Deledda è centrale. Il Peccato è vivo in relazione all’infrazione di prescrizioni dottrinarie (da non confondere col Senso di Colpa in relazione a un vago senso morale). Per me, che non sono vissuto all’ombra di alcuna dottrina, è un sentimento difficile da comprendere. Posso prendere atto delle dinamiche, ma il Sentimento del Peccato non mi appartiene e non può coinvolgermi.
Il Dio della Deledda è ancora il Dio Padre/Padrone che si aspetta da noi obbedienza e rassegnazione. Il Dio che prescrive il Dolore cieco come catarsi, come espiazione della trasgressione.
Questo è quanto. Lo ripeto per non essere frainteso: le ragioni per cui non mi sento (emotivamente) erede dei valori umani e letterari di Grazia Deledda sono motivate da considerazioni molto, molto personali e non attengono al suo valore in sé quanto al rapporto intimo fra me e l'interpretazione del suo pensiero."
L'intervento ha suscitato perplessità, quando non ostilità, (e qualche applauso sulla metafora del Centrino). Quindi il mio editore, Dolores Turchi, è intervenuta in modo esemplare a ristabilire le ragioni del Nobel e la straordinaria importanza della Deledda per la Sardegna e la nostra città in particolare.
Al termine del lavori lo scrittore Salvatore Sechi è intervenuto con molta veemenza per ristabilire la verità offesa e il valore del Centrino. Devo dire che aveva ragione. A lui posso solo dire che i limiti sono tutti miei: la Deledda non ha alcuna responsabilità, né può venire sminuita da queste misere considerazioni.
Di meglio non ho saputo fare.
Nonostante me, il bilancio della serata credo possa dirsi positivo. Di una cosa sono sicuro: se qualcuno avrà l'avventura di chiamarmi a sostenere una testimonianza in pubblico, credo si accerterà per bene di non trascinarsi appresso - incautamente - il testimone dell'accusa.
Per interpretare l'evento da un altro PDV fate un salto sul blog (questo sì, aggiornatissimo) di Lina.
Ciao Jo,
Il tuo libro stava sul mio comodino da troppo tempo, ma alla fine ha vinto la concorrenza di una rilettura del "Fu Mattia Pascal", un intrigante "Gli Uccelli di Bangkok" di Montalban e un superbo "Signor Malaussène" di Pennac (dannata la mia abitudine di impegnarmi con la lettura su più fronti, fonte lentezza e di casino mentale non indifferente) che adesso giaceranno chissà ancora per quanto tempo, prima che io possa finire di leggerli.
Dopo averne cominciato la lettura molto tempo fa, l'ho finito tutto d'un fiato e finalmente posso farti i miei più sinceri complimenti.
Ho trovato il ritmo un pò lento ma, col senno di poi, devo dire è stato assolutamente giusto e soprattutto molto ben scritto con la trama di estremo interesse. Insomma, la prossima volta che ti incontrerò spero prorpio di avere con me la mia copia perchè non potrei mai sopportare l'idea di riporlo nel mio scaffale senza una tua dedica!
Non so se questo sia per te un buon auspicio, ma io aspetto fiducioso il ritorno del Pili con una seconda opera. Ci stai già lavorando? ;))
Un abbraccio,
Bruno
Daccordo, s'è capito: questo in realtà è un album di ritagli camuffato da blog. Ne faccio un uso improprio: se Splinder non collassa vorrei mostrarlo fra una trentina d'anni ai nipotini.
Sto conservando con cura i frammenti di emozioni e idee che la lettura del romanzo ha suscitato.
Questo è molto prezioso, perché è stato prodotto in tempi non sospetti, autore assente in corpo e spirito. E' un commento che Lina, autrice de La Famiglia Immaginaria aveva inviato privatamente a The Reader, il padrino del Ventre.
Lina è stata l'unica ad aver individuato la fonte documentaria da cui ha preso le mosse la storia, e ha concluso la "recensione privata" con il complimento più bello che uno scrittore possa ricevere da un collega.
"Caro ***,
il libro di Pili mi ha riportato alla memoria il libro di Padre ***, che ti ho inviato, circa le radici storiche di Seuna, letto più di vent’anni fa. Probabilmente perché quel libro rimane, in chi lo ha letto, nella memoria storica dei nuoresi (per nascita o per adozione).
La trama, a mio parere, si basa su un incongruenza evidentissima nel libro del prete: Nicolao Manca Ruju è un umile muratore. Umile in maniera piuttosto singolare: verga dei contratti con un linguaggio da padre della chiesa - non è stato lui, obietterai tu, per lui lo ha fatto un notaio - ; orbene: dove trova “l’umile muratore”, nota la simbologia massonica (così definito anche da Padre *** nel suo libro), il danaro per la donazione all’arcivescovo di Alghero, ai Gesuiti e for last bat not least per il notaio? Uhm… , sarà pur vero che Pili avrà una bibliografia più ampia del libro in questione, ma secondo me la fonte d’ispirazione questa è.
Padre *** scrive da storico e si basa su fonti scientificamente attendibili: dedica una pagina ai limiti dell’autoreferenzialità al ritrovamento di un vecchio documento che giaceva negletto nella biblioteca della diocesi di Nuoro prima che lui lo strappasse a polveri e muffe (oh, l’umana debolezza), però non trova nulla di strano nel tessere le lodi della “fede povera” di quel Nicolao che prende ad esempio della religiosità che trasuda dal popolo barbaricino: mi si faccia il piacere. Padre *** sarà pure uno storico, ma sempre uomo di chiesa rimane, e tira come un forsennato acqua al suo mulino, indifferente alla debolezza storica e scientifica (nel senso di scienze sociali) di quel Nicolao.
A mon avìs, lo scrittore ha cultura classica; naturalmente il culto della madre terra che discenderebbe direttamente dal culto di Astarte – divenuta artatamente nella cultura cattolica Astarotte – è frutto di altre letture e ricerche che esulano dal libro del prete.
A lui il merito di aver saputo esprimere un libro scritto con un linguaggio universale, che si può leggere in qualsiasi latitudine senza sentirsi compressi in realtà strapaesane.
Ovvero, come io riconosco in don Salaris lo stesso Padre *** o in Don Liori l’esorcista Don *** o nell’idiota sapiente Corpusdomini professor ***, è verosimile che un lettore di Budgebury nel Kent possa riconoscervi i suoi concittadini.
Vorrei farti notare quel passo in cui Don Liori, rivolto a Michele Granara, teorizza un dio immanente e non trascendente, teoria bollata d’eresia dal concilio Vaticano secondo, una vera sottigliezza: perché la religione arrivi al popolo, quindi, ci si può bellamente macchiare d’eresia. Beh, figuriamoci se non si può modificare all’uopo – se non addirittura inventare - una figura realmente esistita come Nicolao.
Ho pensato che metafora rappresenti il maestro Farci, e sono giunta alla conclusione che non sia una metafora, bensì un’allegoria. Impersona, volta per volta, tutto il bestiario dei nuoresi: invidia, e a volte disprezza chi sta al di sopra di lui ma nel contempo sottostà alle regole, ai limiti dell’umiltà servile, facendosi maltrattare dalle figure per così dire istituzionali (don Salaris ufficiale, la storica in sedia a rotelle ufficiale ma in veste alternativa).
Ho pensato che la realtà sommersa nel rione di Santu Predu – il culto della madre terra che persiste – sia un buon artificio narrativo per discutere sulla ricerca, o meglio sul metodo. L’intuizione/il mito di genere femminile e la documentazione, ovvero la scienza, di genere maschile. L’eccellenza quindi sarebbe l’armonica fusione tra i due atteggiamenti.
Senti a me, il primo dei due metodi non è certamente gregario del secondo, ma uno si compendia nell’altro.
Avrei voluto scriverlo io, quel libro.
Vorrei essere con te alla presentazione del libro, ma come ben sai cause di forza maggiore me lo impediscono.
A presto.
Suor Immacolata Concezione"
Sabato 10 giugno 2006
Casa Orru’ di San Raimondo - Gesturi
“Leggere Contaminazioni” Atto III: Ore 17.00 - Giorgio Todde ufficializza l’ingresso di “Leggere Contaminazioni” nel circuito dei Presidi del Libro; Ore 17.30 - Paolo Maccioni presenta “Creaturine” di e con Alberto Capitta; Ore 18.30: Anna Cristina Serra presenta “Il Ventre della Sposa Bambina” di e con Giuseppe Pili; Ore 19.30 - Giulio Angioni presenta “E quale Amor non Cambia” di e con Giorgio Todde; Ore 22.00 - Alessandro Berti in “Confine. Voci da una storia di popolo”
Introduzione di Anna Cristina Serra (poetessa, autrice di Follas) e letture di Senio Dattena (autore, regista e attore).
Grazie agli infaticabili Saverio Gaeta e Cristina Loi (di Prohairesis). Erano presenti - credo - un centinaio di persone itineranti, perché le presentazioni sono avvenute in angoli diversi dell'immensa e suggestiva villa dei conti Orrù.
Dopo l'incontro con Alberto Capitta gestito da un Paolo Maccioni supersemiotico, ci siamo trasferiti in un altro spazio, una graziosa lolla ombreggiata. Anna Cristina ha avviato un discorso pieno di sentimento, dopodiché Senio ha letto alcuni passi in modo davvero divertente (per una storia che è difficile definire comica!) per cui in un secondo momento Anna ha preferito non turbare l'aria giocosa che si era creata, lasciando pù spazio agli interventi recitativi. Il pubblico ha gradito molto. Non so se si è capito di cosa parlava il romanzo, ma che importa? Siamo riusciti ugualmente a creare curiosità, dal momento che ci sono stati immediati riscontri di vendite.
L'ambiente naturale era incantevole e le persone simpatiche. Io sono stato molto bene, anche se (come sempre) sono troppo muflone per riuscire a gestire le pubbliche relazioni.
Dal momento che ho dichiarato quanto mi costa scrivere, Giorgio Todde ha commentato dicendo che è fuori luogo parlare di "fatica" per uno scrittore, perché lui si diverte parecchio.
Che dire? Che lo invidio moltissimo!
Segnatevi questo indirizzo:
Associazione Culturale Prohairesis
Via Macerata n. 7, 09126 Cagliari
3493593059 – 3290137433
prohairesis@hotmail.it
Mercoledì 11 gennaio 2006
Monserrato - Biblioteca Comunale ("Monserratoteca"), ore 18.30.
Incontro con l'autore. Introduzione di Gianni Argiolas (Assessore alla Cultura) e relazione di Paolo Lusci (Casa Editrice CUEC).
Grazie a Marina, Silvia e lo staff della biblioteca. Erano presenti 20/25 persone. La struttura, nuova fiammante, è bella e accogliente.
L'introduzione di Paolo è stata molto affettuosa e mi ha riportato al tempo in cui eravamo colleghi di Università.
Della sua relazione mi ha colpito il richiamo alla persistenza degli scrittori sardi nel cercare di nobilitare le proprie origini storiche. Era un tratto che avevamo approfondito durante i seminari del professor Marci, evidenziando come fosse espressione di un sentimento d'inferiorità culturale, di cui i Falsi d'Arborea rappresentano il caso più eclatante. Evidentemente l'avevo rimosso.
Tuttavia la mia considerazione (e mi pento di non averci pensato sul momento) è questa: la ricerca delle proprie radici storiche è di per sé un atto nobilitante, perché è l'Antichità a conferire Valore, non uno status etnico, razziale o culturale ratificato socialmente.
Io credo che non si tratti del sentimento dell'Arricchito che cerca di fondare la propria discendenza dai Conti o Marchesi Tal-dei-Tali, quanto dell'ansia dell'Adottato che sente l'intima esigenza di conoscere i propri genitori naturali.
La differenza mi sembra sostanziale.
Il problema centrale della serata per quanto mi riguarda è stato il riscaldamento assente, perché il freddo ha rallentato le mie facoltà mentali, tanto che ho dovuto ricorrere al terribile Foglio di Emergenza: quattro paginette di appunti nel quale rispondo alle domande più comuni che mi vengono poste durante gli incontri.
Lungi dallo stimolare il dibattito, il FdE ha appagato ogni curiosità, facendomi pentire di averlo letto: le domande successive hanno infatti cercato d'indagare su ciò che non si può ricavare dei risvolti di copertina, ossia - ahimé - l'identità concreta dell'autore, del tutto inessenziale.
Le vendite sono state proporzionate al pubblico.
La settimana scorsa sono stato invitato a Roma per partecipare alla finale del "Premio Solinas - I Colori del Genere". Eravamo tre-quattro finalisti per ogni categoria (quattro categorie in tutto).
Essere entrato nella rosa finale mi ha fatto decisamente piacere: avevo partecipato altre volte al Solinas, inclusa la primissima edizione del Premio, quello dell'86 quando si svolgeva ancora alla Maddalena (e il sottoscritto aveva vent'anni...).
Per questa edizione ho adattato il "Ventre" per il grande schermo, modificando la storia perché abbracciasse totalmente il genere "horror", un genere che conosco bene dal punto di vista del linguaggio, che ho amato moltissimo e - sebbene non ne fruisca come un tempo - per il quale provo affetto e nostalgia.
Il mio atteggiamento nei confronti dell'horror è mutato da quando è mutata radicalmente la mia concezione della vita. Non provo più timore nei confronti della Morte, per cui mi è difficile stabilire l'antica connessione con l'emozione basica della Paura.
Tuttavia ho voluto partecipare alle sezioni "di genere" perché la mia concezione di "realismo" non coincide con quella di un giurato medio. Per "giurato medio" non intendo un individuo mediocre, ma il giudizio che emerge da una "media" di più giurati, media che - per definizione - è portata a spianare qualsiasi cosa al medesimo livello di "accettabilità" comune.
Sinceramente non comprendo la differenza tra la sezione "normale" del Premio e quella dedicata ai generi, perché trovo che tutto possa rientrare in un genere: se alcune opere vengono classificate "realistiche" o "drammatiche", dando a questi appellativi un significato neutro è solo per il particolare retaggio culturale dell'Occidente.
Alla fine c'è il rischio che fra le punte di diamante della cinematografia nostrana emergano le storie intimiste o "a sfondo sociale" che non hanno più presa sul pubblico, mentre gli Stati Uniti ci fanno a pezzi con i loro film "di genere" che rispecchiano la società molto di più di quanto non si immagini.
"Il Signore degli Anelli" ci fa capire molte più cose sulla Realtà di quanto non faccia l'intera filmografia di Bertolucci.
Nell'adattamento del "Ventre" mi sono trovato a modificare diversi elementi rispetto alla storia originale, perché sarebbe stato decisamente arduo tradurre in immagini i concetti filosofici e il travaglio - tutto interiore - del protagonista. La scrittura filmica ha necessità di concretezza, e ogni simbolo astratto ha bisogno di essere trasposto in un oggetto "visibile".
Curiosamente, nella sezione a cui ho partecipato, chiamata "BluViola", l'organizzazione del Premio ha accomunato tre generi molto diversi: l'horror, il fantasy e la fantascienza.
Fra i quattro finalisti della BluViola c'era un soggetto horror (il mio), due soggetti fantasy e uno di fantascienza.
Nel commentare la designazione del vincitore un giurato ha detto che alla fine è stata una questione di gusto personale nei confronti del genere, e solo in secondo luogo una valutazione sulla qualità dell'opera, di livello simile per tutti e quattro i casi.
Ho maturato sufficiente esperienza di concorsi per affrontare l'umana soggettività dei giurati e il bagaglio pregiudiziale che rende unica e caratteristica ogni giuria, per cui non c'è recriminazione nel precedente appunto, ma un piccolo suggerimento per le prossime edizioni del Premio: ampliate le categorie assegnando un premio diverso a generi realmente differenti.
Partecipare ad un concorso e raggiungere alcuni traguardi è un'esperienza che induce delle riflessioni.
La prima cosa che mi sento di dire è questa: non esistono artisti incompresi: niente ha veramente valore e niente ne è privo, se nel primo o nel secondo caso non c'è un consenso sociale a ratificarlo. Sembra ovvio, ma meno di quanto si pensi.
Questo Consenso, tutto umano e transitorio, va sempre contestualizzato. Nel bene e nel male.
Il "valore" di qualsiasi cosa ha sempre bisogno di un Soggetto e di un Oggetto appropriati. Ogni cosa ha senso e valore per qualcun'altro: occorre capire chi è il nostro destinatario. La favola che abbiamo inventato la sera prima verrà cestinata da una giuria di esperti, ma potrebbe avere un effetto pedagogico immenso per il nostro bambino, e influenzare ogni azione della sua vita futura.
Ci sono certe regole "non scritte" che l'aspirante deve conoscere prima di affrontare serenamente un concorso. La Prima preziosissima Legge Fisica dei Concorsi è questa: "Participare sempre a concorsi la cui fama è inversamente proporzionale a quella del partecipante." Ovvero: tanto più il concorso è sconosciuto, tanto meno premierà autori esordienti o locali. Il concorso provinciale o appena nato ha bisogno di visibilità, e conferire il premio ad uno sconosciuto non gioca a suo favore. Molto meglio invitare alla premiazione il Grande Autore Nazionale, che potrà darà lustro alla manifestazione in fasce.
Per gli esordienti è bene partecipare a grandissimi premi nazionali, i cui giurati aspirano al ruolo di talent scout, e non provano imbarazzo a premiare degli sconosciuti.
La Seconda Legge è questa: "Accertarsi preventivamente l'orientamento ideologico del premio (e quindi dei suoi giurati)." Questo per evitare che l'opera venga rigettata a priori per il contenuto ancorché per la forma. Normalmente un'opera il cui tema strizza l'occhio alla Sinistra trova maggiori possibilità di consenso.
La Terza Legge è "Partecipare e dimenticarsi di aver partecipato." I fattori che concorrono all'assegnazione di un premio esulano così tanto dal valore dell'opera che non è saggio attendersi un esito positivo e rimanere puntualmente delusi.
Queste leggi valgono nel caso che il nostro obiettivo sia il Consenso Esteso (ovvero il Successo) e non un'urgente esigenza comunicativa.
Ma se il Consenso Esteso non ci gratificasse nonostante i nostri sforzi, non occorrerà per caso rivedere il nostro atteggiamento e le nostre strategie?
La domanda finale è quindi: abbiamo davvero bisogno del pubblico riconoscimento delle nostre capacità?
Questo potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione per andare alle radici del nostro essere, sempre che si abbia il coraggio di guardarsi dentro fino in fondo, pronti a scoprire qualcosa di poco piacevole.
Nell'indifferenza ai "frutti dell'azione" è occultata la saggezza e il nichilismo. Credo valga la pena affrontare il terribile abisso del secondo per giungere alla prima.